Non è colpa dei social network

A distanza di qualche giorno dai tragici eventi di Capitol Hill ho sentito la necessità di raccogliere i miei pensieri ed ordinarli, nero su bianco. Questa necessità nasce da una serie di ragioni, ma quella principale riguarda Twitter e Facebook. Oggi la comunicazione politica si svolge in massima misura sui social media. Questi canali sono diventati il mezzo di comunicazione privilegiato dai politici perché consentono un rapporto diretto e (quasi) disintermediato con l’elettore, trend iniziato con la campagna propagandistica di Obama nel 2008, nella quale Facebook fu utilizzato prevalentemente per chiamare a raccolta ed organizzare i numerosi volontari che tradizionalmente animano il contesto politico statunitense pre-elezioni, rendendo al contempo più capillare il messaggio politico del futuro presidente. Una svolta si è poi avuta nel 2016, quando l’ormai eletto Trump fu accusato di aver utilizzato i social network in maniera illecita, al fine di raccogliere voti, utilizzando fake news confezionate ad hoc e sfruttando la precisione degli algoritmi nel riferirsi ad un pubblico specifico. Vi ricordate di Cambridge Analytica? Spoiler: ne risentirete parlare presto in un episodio del mio podcast Uplawding.


Ecco, è proprio in questo contesto che ci troviamo. I social network sono un efficace mezzo di comunicazione, in grado di avvicinare persone fisicamente lontanissime tra di loro. Cosa succede quando un presidente utilizza questi strumenti per instillare nella sua base elettorale il dubbio che le elezioni siano state fraudolente? Succede quello che è successo la notte del 6 gennaio a Washington DC. E questo è un fatto. Il continuo gridare allo scandalo, incolpando i media, le istituzioni democratiche liberali, i comunisti e gli immigrati (ci mancano solo gli alieni) ha surriscaldato una pentola chiusa ermeticamente, ma piena d’acqua. E se avete studiato fisica alle superiori sapete come va a finire… la pentola scoppia.

Ma non è questo il luogo dove avanzare considerazioni politiche. Mi preme invece parlare di qualcosa che beh, è più nello stile di Uplawding. Andiamo al sodo: possiamo ritenere colpevoli i social media per aver dato eco a parole che istigano alla violenza e catalizzano un sentimento di repressione e di caos verso il simbolo della Democrazia liberale?


No. E lo ribadisco forte.


Facebook e Twitter non sono responsabili di quanto pubblicato da Trump, e questo è un bene. Lo è perché internet non è una emittente radiotelevisiva, tanto meno un giornale. E tale diversità rappresenta un valore da tutelare. Faccio parte della “gen z”, come si dice di questi tempi, e mi ricordo molto poco del mondo pre-internet. Da quando ho coscienza, il web è sempre stato un preziosissimo mezzo di comunicazione e le sue ambizioni “libertarie” hanno dimostrato di giovare enormemente alla razza umana. La possibilità di accedere ad uno spazio in cui chiunque possa esprimere il suo pensiero e i suoi sentimenti è una delle più grandi conquiste della società contemporanea. E con questo non intendo dipingere un’utopia cyberanarchica in cui gli utenti si comportano in modo perfettamente armonico tra di loro; del resto i fatti mi smentirebbero continuamente. Semplicemente non voglio rinunciare, né tanto meno sminuire, i benefici che questo sistema, per quanto imperfetto, è in grado di realizzare. I social network non sono responsabili dell’accaduto, e non sono nemmeno responsabili per avere permesso a Trump di divulgare le sue idee negli ultimi 4 anni. A voler ammettere il contrario si scivolerebbe in un pericoloso tunnel, in cui la comunicazione di un player importante del panorama politico viene estromessa da un forum che – seppur caotico - è comunque in grado di sottoporre ogni affermazione al controllo del dibattito pubblico, permettendo agli anticorpi democratici di fare il loro dovere. Ovviamente l’efficacia di questo contrasto dipende in gran parte dalla cultura politica nel quale la comunicazione avviene, ma il problema è sociale e non tecnologico.

Tutto ciò in risposta a chi pensa che la libertà di espressione debba essere limitata per i rappresentanti politici.


Ma c’è dell’altro. È successo infatti che Twitter abbia deciso di sospendere l’account di Donald Trump, in risposta alle manifestazioni del Campidoglio. Si ritiene infatti che Trump abbia violato gli obblighi contrattuali accettati al momento della creazione del profilo e con il relativo uso, che impongono di astenersi dall’utilizzare i servizi della piattaforma “con lo scopo di manipolare o interferire sulle elezioni o su altri procedimenti civici”, come del resto è stato l’aizzare una folla sostenendo la fraudolenza delle elezioni. Facebook ha seguito subito dopo. Infine nella giornata di ieri 8 gennaio, Twitter ha bloccato definitivamente il profilo. Ritengo che questa misura sia assolutamente legittima. Le norme di comportamento imposte dalle piattaforme non sono altro che regole imposte per consentire un corretto funzionamento della comunità che su quel social network interagisce. Alcuni comportamenti in effetti non solo sono dannosi per l’ambiente virtuale, ma anche per il mondo reale. Non si parla in questo caso però del pericolo che a causa di una certa condotta si verifichi un danno, ma di un danno manifesto che si è già prodotto e del quale se ne vogliono limitare gli effetti. Come un fossato che blocca l’incendio divampante.


I social media sono degli strumenti comunicativi, con la capacità di amplificare enormemente il campo di diffusione di qualunque messaggio. Non determinano però il contenuto di quel messaggio, il quale rimane sempre responsabilità di chi l’ha formulato, almeno in un contesto per sua natura disintermediato. Le misure adottate dai social network dovrebbero pertanto intervenire come freni che impediscono ad una situazione lesiva di beni giuridicamente protetti di peggiorare i suoi effetti. È esattamente quello che è successo, nella stessa maniera in cui il diritto non ammette l’applicazione di una sanzione penale a chi possiede un passamontagna, ma richiede che si verifichi almeno un tentativo di rapina.


Credere che i social media abbiano peggiorato la qualità delle nostre democrazie con il loro funzionamento non coglie il problema. Il problema - a mio avviso - è che esiste negli Stati Uniti ed in tutto il mondo occidentale una grossa e rumorosa fetta di popolazione che preferisce le semplicistiche risposte di un populismo eversivo al confrontarsi con la complessità del mondo.


Si corre così il rischio di voler sollevare un problema reale, ma guardare al dito piuttosto che alla luna per risolverlo. Credo che il futuro di internet dipenda essenzialmente dal comportamento delle BigTech, degli Stati e delle persone che lo utilizzano. È necessario dunque chiedersi quale sia il futuro che non vogliamo che si verifichi. Quello che ci tolga le potenzialità che internet ci offre, o peggio, le utilizza contro di noi. Il rischio che si corre è quello di continuare a chiedere alle Big Tech di limitare la diffusione di certi messaggi, anche quando questi non sono immediatamente dannosi, ma sono semplicemente controversi. Alla luce di quanto ho esposto fin qui, è quindi necessario distinguere tra i messaggi che diffondono bugie o verità parziali (che non giustificherebbero la sospensione dell’account), da quelli che invece sono in grado di muovere all’azione e non solo provocare un danno, ma anche perpetuarne uno già in corso, come quelli che sono stati diffusi nel corso degli eventi del 6 gennaio.

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